Dopo aver trattato di un’isola misteriosamente scomparsa,Atlantide, se mai esistita, mi accingo a parlare del mistero dei misteri, quello della morte, visto con gli occhi della mitologia. Con il termine “inferi” si intendono in primis gli dei dell’oltretomba, quelli che si contrappongono ai superi, gli dei olimpici. Si indica con questo termine (gli inferi) i morti nel loro complesso e tutti gli abitanti del mondo sotterraneo, cioè gli dei come Ade (Plutone), Proserpina, le Furie, Cerbero, Caronte, ecc. L’immagine di ciò che attende l’uomo alla fine della vita terrena è stata elaborata, nella Grecia arcaica, dalla poesia e dal mito. Appunto! Siamo qua per questo. Il mondo omerico descrive il mondo dei morti come un luogo squallido, tetro e senza speranza. Ad Achille si fa dire nell’Odissea che preferirebbe una vita da oscuro mortale, sulla Terra, che essere principe nel mondo dei morti. Nel canto XI dell’Odissea si danno le coordinate del mondo dei morti. L’anima, lasciato il corpo, diventa un eidolon, una sorta di simulacro privo di forza vitale. I defunti possono apparire in sogno ai mortali e comunicare loro qualcosa. Ulisse poté parlare con le ombre solo dopo che queste avevano bevuto il sangue di animali scuri (capre nere) sacrificati da lui stesso. Insomma, non proprio un eden! L’oltretomba restava un luogo etereo dove l’anima vagava senza una coscienza. Non vi si trovava né odio né amore, e neppure la possibilità di mantenere il carattere avuto in vita. In alcuni episodi delle commedie, in epoca successiva, resterà l’atmosfera cupa di oppressione e dolore. Tutto materiale che probabilmente sarà servito al nostro Sommo Poeta.Non si intravede un nesso, nel senso di punizione o di premio, per quello che si è fatto in vita. Solo a coloro che avevano offeso gli dei, come i titani, Sisifo, Tantalo, ecc. era riservato il Tartaro, molto più giù dell’Ade e ricco di molte altre “delizie”. Solo più tardi all’affermarsi dei misteri (orfici, eleusini, pitagorici, ecc.) si cominciò a intravedere un nesso fra il comportamento in vita, consone o no appunto ai misteri, e il relativo trattamento nell’oltretomba.Sia Aristofane nelle Rane87 che Pindaro88 parlano della necessità di una vita retta, per poter accedere a posizioni privilegiate nell’aldilà. Le anime per tre volte potevano tornare in vita e al termine delle tre prove potevano accedere ai campi Elisi (Olimpica 2). Le premesse per il Cristianesimo erano poste! Esiodo89 dice che la beatitudine spettava agli eroi caduti a Troia, Plutarco altro ancora. Mi sono accorto che questo capitolo è il n. 17, numero che notoriamente porta sfiga, quindi riguardo alle interpretazioni dell’oltretomba chiuderei qui. Ma non posso esimermi dal parlare di due creature che qui vivono e imperano. Mi sono molto simpatici, nonostante tutto: Cerbero e Caronte. Cerbero, figlio di Tifone ed Echidna, era il mostruoso cane che era posto a sorveglianza dell’ingresso dell’Ade. Anticamente era rappresentato con cinquanta o cento teste. Più tardi lo descrissero come un mostro con il corpo di cane, tre teste, coda di serpente e serpenti intorno al collo. Era fratello dell’idra di Lerna, che abbiamo visto costituire la seconda fatica per EracleEgli stazionava nella zona più remota dello Stige, fiume infernale, che i defunti dovevano attraversare sulla barca di Caronte, e costituì l’oggetto della dodicesima e ultima fatica di Eracle. L’eroe scese nell’Ade, lo catturò a mani nude e lo portò a Euristeo. Subito dopo lo riportò nell’Ade. Cerbero era inflessibile con i defunti e li raggruppava scodinzolando. Enea, quando scese nell’Ade, dovette farlo addormentare con una focaccia “drogata”, per passare. Caronte, figlio di Erebo, era il nocchiero che traghettava le anime dei morti sui fiumi infernali. Era fratello di Stige, la divinità del fiume infernale. La sua barca era antichissima ed era stata costruita con pezzi di corteccia d’albero cuciti insieme. Per il traghettamento veniva pagato dalle anime un obolo, una moneta, che i Greci avevano in uso di mettere in bocca al defunto, prima della sepoltura. Un’altra modalità era quella di coprire gli occhi del morto con due monete possibilmente d’oro (obolo di Caronte). Il nocchiero era rappresentato con una sudicia e folta barba. Nonostante fosse raffigurato come un vecchio, era dotato di una forza erculea. Secondo qualche versione non era lui a remare, ma i morti. Sempre Enea, durante la sua discesa, lo rabbonì con un ramoscello d’oro destinato a Proserpina. Nonostante questo, per aver traghettato Enea da vivo, Caronte fu condannato a rimanere un anno in catene.
Divina Commedia, Inferno, Canto III
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
Queste parole di colore oscuro….
Questo invece è l’approccio medievale e cristiano all’oltretomba. Non per spacconeggiare, ma, come altri miei coetanei e compagni di studi saprebbero fare, ho scritto questo passo del Sommo Dante a memoria (naturalmente poi ho controllato, un solo errore!). Quando le scuole, erano scuole! E io, come credo loro, non posso fare a meno di sentire un brivido per questi e per altri meravigliosi passi della Commedia (Caronte stesso, Paolo e Francesca, Il conte Ugolino, ecc.). Nessuno come Dante Alighieri nell’antichità, né probabilmente nel futuro, potrà mai affrontare così organicamente il mondo dell’aldilà. È il tema dei temi, e il Poeta fiorentino sapeva il fatto suo. Eccome, se lo sapeva!
Nino Salzone alias Cenides YCP 2024


Lascia un commento