Damocle e la sua famosa spada

Beh, quanti ne abbiamo visti e ne vediamo di adulatori, falsi e bugiardi? Rassegnatevi, galleggeranno sempre. Cos’è che li muove se non l’invidia, un sentimento umano molto controverso? Possiamo essere invidiosi in maniera buona, cioè ammirare una persona migliore di noi e cercare di emularla. Ma il nome stesso, in latino significa “guardare male”, ci suggerisce che, nella maggioranza dei casi, questo è un sentimento negativo. Eppure spesso questi personaggi occupano posti di primo piano. Come il pesce pilota, che ha il suo perchè, segue lo squalo e ne sfrutta la scia, così l’invidioso segue il potente, alcune volte sostenendolo in silenzio. Sa bene che ne trarrà un vantaggio. A riprova che non si tratta di un peccato capitale, il buon Dante colloca gli invidiosi nella II Cornice del Purgatorio, quindi con qualche speranza! Essi indossano un mantello di panno ruvido e pungente, siedono a terra tutti insieme e hanno gli occhi cuciti con fil di ferro. Attraverso quelle fessure, passano le lacrime, le loro speranze e le preghiere a Maria. Più che nel mito qui siamo nella leggenda. I personaggi sono realmente esistiti e la vicenda probabilmente ha del vero. Dionisio I era un valoroso ufficiale di cavalleria che si era fatto strada nell’esercito siracusano. Egli diventò capo dell’esercito nel periodo delle guerre greco-puniche in Sicilia. Siamo a cavallo tra il V e il IV secolo avanti Cristo e il conflitto fu feroce e sanguinosissimo. La forte personalità di quest’uomo lo portò a riunire quasi tutta la Sicilia sotto il dominio di Siracusa. Di conseguenza la polis diventò, in breve tempo, la più potente del Mediterraneo, surclassando la stessa Atene anche per monumenti, templi e commerci. Nel frattempo, con un colpo di mano, Dionisio depose la democrazia e si appropriò del potere assoluto, inaugurando una dinastia tutta sua. Atene, con un pretesto, mandò una spedizione a Siracusa e pose l’assedio alla città. Dionisio I non era uno stupido e per tempo aveva rafforzato le mura, che erano ora possenti ed erano diventate quasi inviolabili. Aveva anche fortificato l’isola di Ortigia (isola delle quaglie), rendendo quest’ultima imprendibile. L’assedio greco in piena guerra del Peloponneso, durò due anni e si rivelò un flop. Le navi per l’inattività divennero quasi inservibili e la peste fece il resto. A questo punto, cucinato per benino, l’esercito greco sbarcò e venne fatto a pezzi dai siracusani, un capolavoro di tattica e di strategia. Le cronache parlarono di un fiume diventato rosso per il sangue versato dagli ateniesi. I superstiti, la migliore gioventù ateniese, venne imprigionata nelle Latomie, cave di granito, dove lavorando forzatamente morirono di stenti tra i loro escrementi. Qualcuno, molti anni dopo, venne riscattato a caro prezzo. I loro discorsi erano spiati dall’alto, dallo stesso tiranno attraverso una fessura, detta appunto “orecchio di Dionisio”. La potenza ateniese subì un colpo, dal quale non si sarebbe mai più rialzata. (speriamo che qualche altra potenza imperialista dei giorni nostri faccia la stessa fine!) Ma Dionisio non fu solo un tiranno, fu anche un mecenate. A sua volta scrisse, di suo pugno, svariate tragedie e accolse a Siracusa molti intellettuali, tra cui il grande Platone. Ma quando i “consigli” di quest’ultimo si fecero troppo pressanti, lo imprigionò e poi lo vendette ai pirati (il filosofo fu riscattato da una sottoscrizione di cittadini ateniesi e non). Un tiranno è sempre un… tiranno! Si narra che, interrogato sugli uomini che a suo parere fossero stati gli uomini più intelligenti e capaci del loro tempo, Publio Scipione detto l’Africano, il vincitore di Annibale a Zama, abbia qualche secolo dopo fatto il nome del siracusano Dionisio I. E veniamo quindi alla nostra “leggenda”. Damocle era un dignitario di alto rango, della corte del tiranno di Siracusa. Un giorno le sue lodi sperticate per Dionigi superarono il limite di guardia. Continuava a prodursi in adulazioni più grandi e altisonanti del solito. Poiché Damocle aveva magnificato la felicità di Dionisio, felicità che secondo lui gli veniva dalle sue ricchezze e dal suo potere, il tiranno lo invitò a provare realmente la condizione, che lui viveva ogni giorno. Damocle accettò l’offerta di buon grado. Dionigi lo collocò al centro di un banchetto, omaggiato e adulato da tutti i presenti. Verso la fine del banchetto però Damocle si avvide che sulla sua testa incombeva una spada affilatissima, sguainata e tenuta su solo da un crine di cavallo. Si alzò terrorizzato, tornò da Dionisio, che lo aspettava, e gli chiese di rimetterlo subito al suo posto! Dionisio lo accontentò.
da Miti greci e dintorni.

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