A T E N E, con la sua hybris.
Atene circa il 460 a.C. siamo nel mese di settembre e si è appena conclusa l’ottava olimpiade celebrata da Pindaro, sommo poeta tebano, per onorare la vittoria di Alkimedon di Aegina, nella lotta. Gli ateniesi, che avevano in odio Aegina e i suoi abitanti, non esultarono di certo. La città ormai reduce dalle due guerre persiane era stata ricostruita, anche se ancora l’acropoli e qualche demo della città mostravano le rovine della seconda guerra (480 a.C.), quando i cittadini dovettero essere trasferiti in massa sull’isola di Salamina e la città fu incendiata e rasa al suolo dai persiani di re Serse. L’artefice della vittoria navale, Temistocle (1), aveva avuto una grande influenza sulla politica ateniese fra le due guerre. Anche dopo la battaglia di Platea del 479 a.C. continuò a dirigere la politica cittadina fino a quando gli ateniesi, che notoriamente mal sopportano le personalità molto ingombranti, lo esiliarono con l’ostracismo (1bis). Temistocle si rifugiò prima ad Argo (2), poi in Magna Grecia e infine a Magnesia in Asia Minore, dove morì nel 459 a.C. forse suicida (sic transit gloria mundi!). Ma per un leader che scompare un altro fa capolino per diventare, anche e soprattutto per la sua eloquenza, il padrone incontrastato di Atene per un trentennio, Pericle (3). A lui si deve la ricostruzione dell’Acropoli e il meraviglioso Partenone, costruito con l’oro sottratto alla lega Delo-Attica (4) e dedicato alla fondatrice della polis come Parthenos (vergine).
Tratto da ;: Flauti di guerra, Cenides 2025


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