Le vie della capitale della Laconia erano anguste e serpiginose. Gli edifici avevano dei muri asimmetrici con un unico orifizio sul tetto per fare uscire i fumi dei bracieri. Tutto nell’ambiente rispecchiava il modo di pensare delle istituzioni e della popolazione. La società lacedemone era divisa in tre classi: gli Spartiati, classe dominante la cui intera vita era dedicata alla guerra e alla sua preparazione. L’addestramento era quasi un percorso iniziatico, che prendeva il nome di “agogè”. Andavano in guerra e morivano numerosi, per sancire l’egemonia di Sparta. La proprietà terriera era indivisibile e veniva curata dagli Iloti per conto degli spartiati. Questi ultimi erano schiavi senza alcun diritto che qualche volta potevano essere elevati a perieci, una classe intermedia che comprendeva mercanti, marinai e artigiani e che aveva qualche diritto in più. Gli iloti, come prevedibile, tentavano spesso ribellioni che finivano sempre allo stesso modo, cioè nel sangue. Credo di poter definire la società spartana, perlomeno quella arcaica, come la prima società comunista della storia. Il denaro era bandito e gli scambi avvenivano mediante il baratto. Ai vertici della polis c’erano due re scelti fra gli spartiati (guerrieri sopra i trenta anni), uno con funzioni amministrative e l’altro con funzioni militari. Ma chi gestiva veramente il potere erano cinque efori, alti magistrati, che avevano funzioni di controllo su ogni aspetto della società, re compresi. Bastava un minimo sospetto con o senza prove per andare a finire male. I figli degli spartiati, o almeno quelli che sopravvivevano alla “selezione naturale” vivevano in famiglia fino ai sette anni. Da quel momento iniziava l’“agogè” che finiva a venti anni con un rito iniziatico, che comportava l’essere frustati nell’agorà fino allo sfinimento. Avrebbe vinto chi fosse rimasto in piedi, dopo questo trattamento. Per capire bene qual era l’entità del condizionamento, bisogna pensare che le madri e le mogli dei guerrieri spartani consegnavano loro alla partenza per la guerra, l’oplon, il grande scudo, dicendo:” Torna con questo (cioè vittorioso) o su questo (cioè morto).” Un’altra ipotesi non c’era!
Da: Flauti di guerra,Cenides 2025


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