Ade, per i latini Plutone. L’invisibile.
Sarebbe meglio incontrarlo
il più tardi possibile.
Ade, figlio di Rea e di Crono, come Zeus era la divinità dei morti, ma anche il dio dell’oltretomba. È un personaggio complesso, e per questo va trattato con riguardo. Cominciamo col dire che non si faceva mai vedere se non per questioni eccezionali né sull’Olimpo, né sulla terra. Dimorava in un palazzo negli inferi (27) con la consorte Proserpina o Persefone. Costei era stata rapita alla madre Demetra, la quale aveva ottenuto da Ade un accordo, con la regia di Zeus. La figlia avrebbe soggiornato per sei mesi negli inferi e i restanti sei sulla terra. Da qui l’alternarsi delle stagioni che andavano di pari passo con l’umore di Demetra. Ade era un dio molto serioso e continuamente imbronciato. Forse la moglie aveva migliorato un po’ il suo carattere, ma questa sua assenza di sei mesi l’anno contribuiva al suo malumore. Solo una volta lo si vide sorridere e fu quando agli inferi arrivò Orfeo, che accompagnato dalla sua lira aveva già ammaliato, con il suo meraviglioso canto, Cerbero e Caronte. Orfeo reclamava la sua Euridice morsa da un serpente per sfuggire a un tentativo di violenza. Ade accondiscese a farla ritornare in vita a patto che Orfeo non si girasse fino ad aver raggiunto la luce del sole. Orfeo resistette fino quasi all’uscita, ma poi la curiosità di vedere se la sua sposa lo seguiva, lo indusse a girarsi e così la perse per sempre. Altri abitanti degli inferi erano Cerbero, cane mostruoso e Caronte “il nocchier della livida palude che intorno a lì occhi avea di fiamme rote” (27 bis). Siamo nel terzo canto dell’Inferno della Commedia. Di questi ultimi due ho parlato ampiamente nel mio precedente volume (Miti greci e dintorni,2024).
L’oltretomba era la via attraverso la quale i defunti venivano assegnati alle loro destinazioni. Quello che individuava l’ingresso principale era un boschetto di pioppi bianchi nei pressi del fiume Oceano. Ogni anima aveva sotto la lingua una moneta, posta dai familiari, affinché potesse essere pagato Caronte. Il fiume che dovevano attraversare era lo scuro Stige che aveva come suoi affluenti il Lete, l’Acheronte il Cocito il Flegetonte e l’Averno. Chi non possedeva la moneta era condannato ad attendere per l’eternità sulla riva, Caronte non faceva sconti. Le uniche possibilità che aveva un’anima senza dote era quella di accedere al Tartaro da altri accessi, come Aorno nella Tesprozia (da qui penetrò da vivo Orfeo) oppure Tenaro in Laconia. Altri autori ne indicano altri, ma mi fermerei qui. Casomai qualcuno avesse voluto tentare la sorte senza pagare, c’era sempre Cerbero che si occupava anche di quelli a cui veniva in mente di fuggire. Ne evince che il mondo infero come quello supero, aveva le sue leggi e qui erano spietate e immediate. Solo pochi si potevano vantare dell’impresa di essere tornati vivi dall’Ade (è uno dei pochi casi in mitologia dove il nome di un posto corrisponde a quello di un personaggio). Uno l’abbiamo appena visto, era Orfeo. Un altro fu Teseo che insieme a Piritoo che era figlio di Zeus, secondo Omero, arrivò agli inferi come per una sorta di gara. Teseo ritornò incolume, ma non ritrovò la bella Elena rapita, insieme a sua madre, dagli splendidi gemelli Castore e Polluce. Piritoo, incautamente, tentò di insidiare Persefone e Ade fece sedere i due eroi su due troni detti dell’oblio. Eracle, altro eroe e argonauta, giunse agli inferi nel corso della sua dodicesima e ultima fatica e liberò Teseo. Quando si apprestò a liberare il Lapita (28) la terra cominciò a tremare, segno che gli Olimpi si opponevano alla liberazione di Piritoo (qualcuno dice perché c’era stato un tentativo di violenza verso la regina degli inferi). C’è un altro personaggio che riesce a giungere nell’oltretomba da vivo. Riesce ad ammansire Cerbero con una frittella drogata e a corrompere Caronte con una collana d’oro destinata a Proserpina (il nocchiero per questo fu messo per un anno in catene da Plutone). Ti ricordi chi ha scritto delle peregrinazioni di Enea? Certo, Virgilio, ma chi accompagnò Virgilio nei tre mondi ultraterreni in pieno Medioevo? Bravo, Durante Alighieri al secolo Dante, il nostro sommo poeta che attraverserà i secoli con la sua Commedia, poi giustamente denominata Divina. Il Nostro apparteneva ai Guelfi poi divisisi in bianchi e neri. Lui apparteneva ai bianchi e oltre a essere un intellettuale non disdegnava le armi e la politica. Partecipò appena ventiquattrenne alla battaglia di Campaldino (29) dove i ghibellini aretini furono sbaragliati appunto dai guelfi fiorentini e si comportò benissimo. Poi fu politico di vertice in una Firenze che non glielo perdonò e in seguito lo condannò all’esilio perpetuo. Quindi anche lui fa un viaggio immaginario nell’aldilà, ma riesce a vedere sia il purgatorio che il paradiso, entità pressoché sconosciute al mondo greco-romano.
Torniamo a noi. La prima zona del Tartaro è chiamata la triste prateria degli asfodeli, dove le anime comuni mischiate a quelle degli eroi, vagano senza meta. Ognuna di loro preferirebbe una umile vita sulla terra che diventare giudice dei morti (30). Il loro unico piacere è bere il sangue dei sacrifici offerti in loro onore (31). Al di là della prateria troviamo l’Erebo e il palazzo di Ade. A sinistra del palazzo troviamo un cipresso e la fonte di Lete dove andavano a dissetarsi le anime comuni. Le anime più elevate avevano il diritto di dissetarsi alla fonte della Memoria, all’ombra di un pioppo bianco. Li vicino le anime appena arrivate venivano giudicate da Minosse, Radamante ed Eaco (32). In questo punto la strada si divideva in tre diramazioni. Radamante giudicava gli asiatici(mediorientali), Eaco gli europei, mentre a Minosse toccavano i casi più difficili. A giudizio ultimato e insindacabilmente, quelli che Dante chiamerebbe ignavi (33) si avviavano verso la pianura degli asfodeli, la seconda strada portava in un posto pieno di delizie ed era il luogo più profondo dell’Ade, il Tartaro dove si potevano trovare attrezzi del genere Sisifo, Tantalo & company (34). La terza strada portava ai Campi Elisi, era destinata alle ombre più virtuose. Non credereste mai chi ritroviamo come sovrano dei Campi Elisi, nientemeno che Crono, il divoratore di figli. La via per entrare era accanto alla fonte della memoria. Il sole vi splendeva perennemente e la temperatura era costante. Musica e svaghi allietavano le ombre e qui era possibile addirittura rinascere a piacimento. Più oltre troviamo le isole beate, riservate a chi era vissuto tre volte virtuosamente (bisogna vedere cosa intendevano i Greci per virtù!?). Ade come detto raramente lasciava il suo dominio dal quale era quasi impossibile fuggire. I motivi delle sue risalite erano affari urgenti, ma non disdegnava affari di “cuore”. Una volta stava per approfittarsi della ninfa Minta abbacinata dal suo cocchio dorato trainato da una quadriga di cavalli neri, quando apparve Persefone che trasformò la ninfa in una pianta profumata (ecco nata la menta!). In un’altra occasione cercò di approfittarsi di un’altra ninfa, Leuce, che, per il suo rifiuto, fu trasformata nel pioppo bianco che abbiamo visto adornare la fonte della Memoria. Ade non sapeva quasi niente di ciò che succedeva sulla terra, ma era prontissimo a ghermire chi gli capitava a tiro. L’unico che riuscì a prendersi gioco di lui fu Sisifo, ma non se ne vantò per molto. Il suo attributo principale era un elmo, che indossato lo rendeva invisibile, donatogli dai Ciclopi quando lui li liberò per ordine di Zeus (35). Tutto quello che c’era nel sottosuolo era di sua proprietà e lui ne rivendicava il possesso. Persefone sua moglie era di indole mite e non era riuscita a dare una prole al dio che quindi preferiva la compagnia di Ecate (36).
Possiamo dire che questa divinità, che aveva conteso a Giove l’Olimpo è senza ombra di dubbio la più odiata fra gli olimpi stessi e possiamo capire anche perché. Dimmi a chi piace la morte? Per ultime volevo ricordare, come abitanti dell’Erebo, le Erinni, vatti a vedere il mio libro già citato, Miti greci e dintorni, sono delle divinità temibili, ma in fondo giuste.
Anche io mi stavo dimenticando del corrispondente etrusco del dio dell’Oltretomba. Si chiamava Vanth e il suo nome si sussurrava. Nelle immagini era raffigurato con un demone trasfigurato dalla morte, Charun. Non si sa molto di più se non il fatto che fosse una divinità molto temuta e rispettata”. Seguì una pausa, “Prof. Prima di farle qualche domanda, volevo chiederle se potevo bere quella tazza di tè che credo ormai si sia freddata. Mi ha talmente preso il suo racconto che me ne sono dimenticato. Scusi la faccia tosta, ma mi è venuta sete.”
“Ma certo Fabrizio le scaldiamo un po’ e le beviamo. Anche a me è venuta sete”.
Bevvero con calma guardandosi da sopra il bordo. “Prof. Volevo chiederle, che nesso c’è fra il più volte citato Dante e la mitologia, in particolare con il mondo dell’aldilà?”. Tafani “Buona domanda Fabrizio, segno che sei stato attento. Non è una domanda da poco e visto che non abbiamo molto tempo cercherò di risponderti in maniera sintetica. Io sono stato docente di storia greco-romana e non lo nego, ma la mitologia mi ha preso fino alla più profonda molecola del mio apparato cerebrale. Dante lo conosco bene e non possiamo fare a meno di dare di lui una connotazione forte. Era prima di tutto un cristiano del suo tempo, che era quello medievale, parteggiava per il Papa, ma con uno sguardo anche all’Imperatore. Quando dico impero non parlo dell’impero romano, che al tempo di Dante Alighieri era scomparso da poco meno di un millennio (anche se fino al maggio 1453 sopravvisse quello di oriente), ma del sacro romano impero. Non c’è dubbio che ogni suo scritto, ma soprattutto la Commedia siano intrisi di grecità e romanità fino al midollo. Era un profondo conoscitore dei classici tanto da prendersi, come compagno di viaggio Virgilio, mantovano del primo secolo avanti Cristo e autore oltre che dell’Eneide, anche delle Bucoliche e delle Georgiche.
Che nesso c’è? Direi che Dante poggia i piedi nel mito greco-romano che conosce come le sue tasche, per poi elevarsi come un gigante del suo e anche del nostro tempo. Un immortale quindi come lo sono i miti!!! A domani Fabri e fatti onore a scuola!”
Fabrizio si avviò verso casa, che era vicina e cominciò a fare un piccolo bilancio. Si sentiva più vivo, come se nelle sue vene cominciasse a circolare veramente sangue. Anche a scuola cominciava a sciorinare qualche nozione nuova e oltre ai compagni se ne erano accorti pure i professori. Meglio così, pensò.


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