𝐈𝐋 𝐑𝐀𝐆𝐀𝐙𝐙𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐃𝐎𝐕𝐄𝐕𝐀 𝐄𝐒𝐒𝐄𝐑𝐄 𝐀𝐂𝐇𝐈𝐋𝐋𝐄

Un vecchio sta per morire e trova la forza di dire all’assassino la cosa più crudele che si possa dire a un ragazzo.
Siamo dentro la reggia di Troia, l’ultima notte, Priamo ha ottant’anni, ha appena visto suo figlio Polite trascinarsi ferito fino ai suoi piedi e morire lì, davanti all’altare, davanti a lui.
L’uomo che l’ha ucciso è in piedi nel sangue, ha una spada in mano e si vede che non ha ancora vent’anni.
Il vecchio gli scaglia contro una lancia che non arriva da nessuna parte, e poi gli grida in faccia la frase.
“𝑇𝑢 𝑚𝑖 ℎ𝑎𝑖 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑚𝑖𝑜 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖, ℎ𝑎𝑖 𝑖𝑛𝑠𝑜𝑧𝑧𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑐𝑎𝑑𝑎𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑒. 𝐴𝑐ℎ𝑖𝑙𝑙𝑒, 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜, 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑢 𝑐𝑜𝑠𝑖̀. 𝐸𝑏𝑏𝑒 𝑣𝑒𝑟𝑔𝑜𝑔𝑛𝑎 𝑑𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 𝑑𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑢𝑛 𝑠𝑢𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒, 𝑚𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑝𝑜 𝑑𝑖 𝐸𝑡𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑝𝑜𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑒 𝑚𝑖 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑜̀ 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑚𝑖𝑜 𝑟𝑒𝑔𝑛𝑜.”
𝑆𝑎𝑡𝑢𝑚 𝑞𝑢𝑜 𝑡𝑒 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑟𝑖𝑠, 𝐴𝑐ℎ𝑖𝑙𝑙𝑒𝑠. Achille, dal quale menti di essere nato.
Il ragazzo risponde: “𝑉𝑎’ 𝑎 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑙𝑜 𝑎𝑙 𝑃𝑒𝑙𝑖𝑑𝑒, 𝑚𝑖𝑜 𝑝𝑎𝑑𝑟𝑒. 𝐷𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑙𝑒 𝑚𝑖𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒, 𝑒 𝑑𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑁𝑒𝑜𝑡𝑡𝑜𝑙𝑒𝑚𝑜 𝑒̀ 𝑑𝑒𝑔𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒. 𝑂𝑟𝑎 𝑚𝑢𝑜𝑟𝑖.”
Poi lo afferra per i capelli, lo trascina fino all’altare scivolando nel sangue del figlio, e gli affonda la spada nel fianco.
Virgilio, in tutto il secondo libro, lo chiama sempre Pirro.
Una volta sola, in questa riga, gli mette in bocca il nome vero: Neottolemo, che in greco significa “nuovo guerriero”.
Il ragazzo pronuncia il proprio nome esattamente nel momento in cui dice di essere indegno di portarlo.
Facciamo un passo indietro, perché per capire questa scena bisogna sapere da dove viene quel ragazzo.
Neottolemo è nato a Sciro, un’isola, suo padre partì per Troia quando lui era in fasce e non tornò mai.
Lo crebbero la madre Deidamia e il nonno, in una corte di provincia, lontano da tutto.
Per quindici anni, forse meno, quel bambino ha sentito parlare di un uomo che non aveva mai visto in faccia, il migliore degli Achei, il più veloce, il più forte, quello che nessuno può fermare. Suo padre.
Di quell’Achille, però, la tradizione ricordava soprattutto la forza e la gloria, la sua pietà, il pianto con Priamo, difficilmente potevano diventare parte della leggenda che arrivò al figlio.
Un ragazzo non eredita quella parte lì, quella parte la vedi solo se c’eri, e così il ragazzo di Sciro ha ereditato l’altra: il nome, la fama, l’aspettativa, possiamo dire che ha ereditato un’armatura vuota.
Poi arriva una nave, un oracolo ha detto che senza il figlio di Achille Troia non cade, e Odisseo viene a prenderselo.
Notate: nessuno gli chiede se vuole, gli si presentano davanti e gli dicono che il mondo lo aspetta perché è figlio di suo padre, ed è l’unica cosa che gli abbiano mai detto di sé.
C’è una scena, prima di Troia, che Sofocle mette in una tragedia.
Odisseo porta Neottolemo a Lemno, dove da dieci anni marcisce Filottete, abbandonato dai Greci con una piaga puzzolente al piede.
Serve il suo arco per vincere e Filottete odia i Greci, fosse per lui li farebbe morire tutti, quindi bisogna ingannarlo, ed a ingannarlo deve essere il ragazzo, perché di lui si fiderà.
Odisseo gli spiega la parte da recitare, deve dire che odia gli Achei, che gli hanno negato le armi di suo padre e le hanno date a un altro.
Anche la bugia che gli mette in bocca ruota intorno all’eredità paterna, tutto è come se, per essere utile, dovesse sempre passare da lì.
Neottolemo, all’inizio, rifiuta, dice che è nato per fare le cose alla luce del sole, non con l’inganno, e che preferisce perdere agendo bene che vincere agendo male.
Poi cede, perché ha diciassette anni e davanti ha l’uomo più persuasivo del mondo.
L’inganno riesce. Filottete si fida di lui, lo chiama amico, e durante una crisi di dolore gli mette l’arco tra le mani.
Ha vinto, ma poi resta a guardare quell’uomo che urla per terra, e gli succede qualcosa.
Dice che gli è nata dentro una pietà terribile, e rivela tutto, confessa l’inganno, e alla fine strappa l’arco a Odisseo e lo restituisce a Filottete.
Ecco chi era Neottolemo. Un ragazzo capace di fermarsi.
E ora tenete insieme le due scene, perché sono lo stesso ragazzo a pochi mesi di distanza.
A Lemno restituisce l’arco a un nemico malato, a Troia sgozza un vecchio inerme sull’altare, dopo avergli ammazzato il figlio davanti agli occhi.
Cosa è successo, in mezzo?
È successo che è arrivato a Troia, e a Troia ha trovato una tomba.
Non ha trovato il padre, ha trovato la sua tomba, e dal tumulo si alza l’ombra di Achille, che reclama Polissena, la figlia più giovane di Priamo.Insieme a lui è sepolto Patroclo.
Il ragazzo la sgozza sul sepolcro come una bestia da sacrificio, il padre morto chiede, il figlio esegue, è il solo incontro che il mito ci racconta fra padre e figlio.
Forse un ragazzo può reggere di essere paragonato a un padre vivo, perché un padre vivo sbaglia, si stanca, si contraddice, ha giorni storti, e quei giorni storti sono la salvezza del figlio, perché gli mostrano una misura.
La pietà è la parte che non si tramanda, perché per vederla bisogna aver vissuto quel contesto.
Così il figlio, per essere all’altezza, imita l’unica cosa che gli hanno raccontato. La ferocia.
E siccome non ha visto tutto il resto, la fa pure più grossa, diventa peggiore dell’originale, perché copia solo una metà e la spinge fino in fondo.
Achille incontra Priamo alla fine della guerra e restituisce il corpo di Ettore, e gli concede 12 giorni di tregua per gli onori funebri. Neottolemo, invece, uccide Priamo davanti all’altare dopo aver ucciso selvaggiamente il suo ultimo figlio maschio.
Nella scena, sono i colpi dello stesso duello: uno viene fatto da chi aveva già vinto tutto, l’altro da chi deve ancora dimostrare di valere qualcosa.
E questo lo sappiamo anche noi.
Lo sa chi ha perso un padre da bambino e ha passato la vita a raccogliere aneddoti dagli altri, costruendo un uomo perfetto con i pezzi che gli davano.
Lo sa chiunque abbia dovuto essere all’altezza di qualcuno che non poteva più deludere.
Il modello assente è il più tirannico che esista, perché non ti corregge, ti guarda soltanto, e siccome non può dirti “va bene così”, tu alzi sempre la posta.
Priamo, morendo, gli dice la verità: “𝑡𝑢 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑒𝑖 𝐴𝑐ℎ𝑖𝑙𝑙𝑒, 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖”, e Neottolemo, invece di negare, risponde raccontando la propria degenerazione come se fosse un messaggio da consegnare.
Sa di non essere all’altezza e forse uccide per quello, la spada nel fianco del vecchio è una lettera al padre morto.
Poi la storia finisce come doveva.
Neottolemo torna, prende Andromaca come bottino, la vedova di Ettore, una donna molto più grande di lui, e con lei ha dei figli, ma prima fa l’ultima porcata: afferra Astianatte, il figlio dell’eroe troiano, e lo scaraventa giù dalle mura. Non è immaginabile la pena della donna nel condividere il letto con l’assassino di suo figlio.
Sposa Ermione, la figlia di Menelao, e muore giovane, ucciso a Delfi, nel santuario di Apollo, davanti a un altare.( chi la fà l’aspett
Muore come Priamo, senza che mai nessuno, in tutta la sua vita, gli abbia mai chiesto chi fosse veramente, ma soprattutto senza un padre che gli abbia lasciato l’unica cosa che gli sarebbe servita.
Il ricordo di quel giorno in cui ebbe pietà.

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