Achille, il più spietato e non il più forte! Glauco, il suo opposto. Secondo Omero, Achille era figlio di Peleo, re dei Mirmidoni (formiche), i guerrieri di gran lunga più feroci dell’esercito degli Achei. La madre era una delle Nereidi, Tetide. Durante l’infanzia Achille fu affidato a un precettore, Fenice, e in seguito a Chirone, un centauro che lo istruì nelle arti mediche e in altre discipline. Dalla madre Tetide fu informato in giovane età su quale fosse il suo fato. Poteva scegliere: o avere una vita breve e gloriosa oppure invecchiare serenamente, restando uno sconosciuto. Achille, anche contro il parere della madre, scelse la gloria. Teti aveva avuto precedentemente sei gravidanze da Peleo e ogni volta, credendo così di renderli invulnerabili, aveva cosparso i figli di ambrosia e li aveva esposti al fuoco, uccidendoli. Il padre Nereo, interrogato dalla figlia, le suggerì di immergere l’ultimo figlio nello Stige, il fiume che scorreva nell’Ade. Ligirone, era il nome del bimbo, così lo avevano chiamato i genitori, stava per essere sottoposto allo stesso trattamento dei fratelli quando sopraggiunse Peleo che strappò alle fiamme il figlio e scacciò Tetide. Il padre portò Ligirone nella caverna del centauro Chirone, che era stato anche il suo precettore e anche quello di Asclepio e di Giasone. “Lo tornerò a prendere quando avrà dieci anni, abbi cura di lui” gli disse in maniera sbrigativa. A Chirone non piaceva il nome Ligirone, che significa “colui che piange e si lamenta”, e fu lui che cambiò il nome in Achille. I significati per questo nome sono i più disparati; si va da “piè veloce” a “dalle labbra sottili”, ecc., quindi mi fermo qui. Fra tutti gli eroi, Achille è quello che mi risulta meno simpatico. Lo vedremo, è troppo feroce, troppo viscerale (naturalmente questo è il mio parere). In parole povere, non si faceva mai una risata, mai un motto di spirito, uccideva a tutto spiano senza un briciolo di pietà e senza un ripensamento. Insomma un killer spietato in cerca solo di gloria eterna. Andiamo avanti. Quando Achille aveva nove anni, Calcante, un indovino un po’ menagramo, predisse che Troia non sarebbe stata mai presa senza l’apporto di Achille. La madre, con l’avallo di Peleo (i figli so pezze ‘e core) lo spedì alla corte di Licomede, re di Sciro, e dopo averlo vestito da donna lo confuse in mezzo alle figlie del re. A causa dei suoi capelli biondi che venivano fuori dalle cuffie, fu soprannominato Pirra, che vuol dire “fulva”. Qui la cronologia zoppica un po’! Combinò pure un guaio, mettendo incinta una delle figlie del suo ospite, che non la prese per niente bene. Insomma, un ragazzo un po’ vivace sotto il controllo attento della madre. Mi sembra di vedere molti adolescenti di oggi, seguiti passo passo dalle madri, che li riforniscono financo dei profilattici. A questo proposito, voglio raccontare un aneddoto che riguarda mio nonno e mio omonimo, classe 1895. Nel 1908, aveva tredici anni, fu “spedito” a New York per raggiungere il fratello, di un anno più grande. Erano nove figli e non si navigava nell’oro. Il ragazzo venne affidato a un compaesano, che appena salì sul piroscafo sparì con i soldi che gli avevano affidato. Quindi Nino si fece i trentacinque giorni circa di traversata accettando il cibo dagli altri passeggeri per sopravvivere. Arrivato a Ellis Island99 si dovette fare la quarantena, in una stanza da solo (per fortuna gli davano da mangiare). Aveva sempre tredici anni e anche una bella tempra! Arrivato finalmente a New York, trovò ad aspettarlo il fratello Domenico di un anno più grande, che, senza neanche salutarlo, dopo avere misurato l’altezza di Nino alla maniglia della porta, sentenziò che era troppo basso e non avrebbe potuto lavorare. Aggiunse, generosamente, che lui non poteva sfamare un’altra bocca. Il tutto sagrando in ambedue le lingue.( vedi “Il ragazzo di Ellis Island” mio ultimo romanzo). Mio nonno è vissuto novantanove anni, ma ogni volta che raccontava di questo episodio singhiozzava come un bambino. Il ricordo di quella umiliazione, più ancora del viaggio disastroso, gli risultava intollerabile. Ho raccontato questo episodio solo per ricordare a certe madri, a partire da Tetide, che i ragazzi ce la possono fare benissimo da soli, senza supervisioni asfissianti. Torniamo ad Achille, il quale rimase così, vestito da donna, fino a quando non capitò un mercante “molto speciale” che vendeva abiti e prodotti femminili. Il mercante altri non era altri che Ulisse travestito, accompagnato da Diomede, che aveva nascosto delle armi sotto i vestiti che fingeva di vendere. Achille, alla vista delle armi, si tradì e fu subito arruolato per Troia, visto che aveva anche lui partecipato al patto di Tindaro che prevedeva aiuto a chi aveva sposato Elena, se questi avesse ricevuto un oltraggio. Ah, dimenticavo l’immersione, che Tetide fece al figlio nello Stige per renderlo invulnerabile, tenendolo per il famosissimo tallone. Achille partì con la spedizione con cinquanta navi e con i suoi terribili guerrieri Mirmidoni (cinquanta per nave), ma comparve nell’Iliade soltanto al momento della famosa disputa con Agamennone per via di Briseide. Vediamo di riepilogare. I Greci, durante l’assedio, un po’ per ingannare il tempo e un po’ per interrompere i rifornimenti e quindi la resistenza di Troia, facevano delle scorrerie nei territori circostanti, razziando tutto quello che trovavano. Non stiamo parlando quindi di gentiluomini, ma di poco meno che pirati. In tempi e luoghi diversi, Agamennone fece prigioniera la figlia di un sacerdote di Apollo, Criseide, e ne fece una sua concubina, e Achille a sua volta predò una sacerdotessa di Apollo, Briseide. Crise, padre di Criseide, si azzardò ad andare da Agamennone, reclamando la libertà della figlia in nome di Apollo. Agamennone, che era uomo arrogante e cinico, gli rise in faccia e lo cacciò in malo modo. Crise rimase, come un mendicante, nell’accampamento greco, non oltraggiato però da nessuno. I guerrieri non approvavano la condotta del loro capo. Apollo, che era schierato nettamente a favore dei troiani, non restò sordo alle preghiere del suo sacerdote e cominciò subito a colpire i Greci con i suoi strali, facendo una strage. Ma non finì qui. Nell’accampamento greco si sviluppò, mandata sempre da Apollo, una pestilenza che provocò molti morti e uno stato di scoramento, ma anche di ribellione generale. Agamennone a questo punto non poté fare altro che offrire doni riparatori a Crise e restituirgli la figlia. Ma il suo io non poteva sopportare una sconfitta così cocente e pretese, come risarcimento, Briseide da Achille. Apriti cielo! Achille subì, per disciplina, questa prepotenza dal re di Micene, ma da quel momento lui e i suoi Mirmidoni non combatterono più (hai detto niente!). Questo stato di cose durò per circa un anno e si arrivò al punto che i Greci stavano per essere rigettati in mare e solo per un caso le navi non vennero incendiate. A questo punto Patroclo, cugino, amico e forse amante di Achille (in Grecia era frequente), chiese a quest’ultimo di poter combattere con le sue armi e condurre in battaglia i Mirmidoni. Achille acconsentì, ma se ne pentì presto. Patroclo terrorizzò i troiani, che lo credevano Achille, e li respinse lontano dalle navi. A un certo punto si fece silenzio e comparve Ettore, il più forte dei troiani, figlio di Priamo e comandante dell’esercito. Si creò uno spazio e il principe troiano affrontò quello che credeva Achille. Il divario fra i due era troppo grande ed Ettore ebbe in breve ragione di Patroclo. Dopo averlo finito con il colpo di grazia, toltogli l’elmo si rese conto dell’equivoco e probabilmente realizzò che la sua fine era imminente. Ci fu una tregua immediata per consentire le esequie di Patroclo. Agamennone mandò doni e restituì Briseide, giurando di non averla toccata, augurandosi che il campione Acheo che gli era ostile si rabbonisse e tornasse in campo (Odisseo al solito faceva da intermediario). Achille sacrificò, sulla pira dell’amico, tutto il possibile, compresi dei prigionieri troiani. Voleva tornare in campo, ma non aveva le sue armi. Ci pensò mammina Tetide, che andò da Efesto (Vulcano) e gliene fece preparare di nuove e splendide. Con queste Achille si presentò in campo con un urlo ferino che terrorizzò i troiani. Cercava Ettore e non deve essere stato un piacere, per il principe troiano, essere oggetto delle attenzioni di quell’energumeno. Il figlio di Peleo era mosso da quello che in greco era chiamata “aristia” cioè una foga nel combattimento che rende l’azione irresistibile. Ettore dapprima lo affrontò, poi indietreggiò e si diede alla fuga intorno alle mura. Forse sperava che Achille per la lunga inattività si stancasse di inseguirlo e fosse più facile affrontarlo. Ma così non fu, e, dopo aver fatto tre volte il giro delle mura, Achille colpì con la lancia in pieno petto Ettore, che non ebbe scampo. Il seguito purtroppo fu uno scempio del cadavere e dell’onore dei guerrieri. Il corpo ormai esanime di Ettore venne trascinato per ore, dopo essere stato legato al cocchio per i piedi, una vera e propria barbarie (mi chiedo cosa ne pensasse Tetide). I velocissimi cavalli di Achille, Balio e Xanto, pomellato il primo e baio il secondo, furono anche loro costretti a fare un lavoro “sporco”. Achille non ne ebbe per molto però, nonostante le manovre della madre, Apollo ce l’aveva con lui e tutte le leggende sulla morte di Achille passano per il dio. Qualcuno dice che lo uccise direttamente il dio Apollo, oppure che prendendo le sembianze di Paride guidò la freccia di quest’ultimo che colpì al tallone il Pelide. Altre leggende parlano dei troiani che lo attirarono disarmato al tempio di Apollo, che si trovava fra i due campi, con la promessa di fargli incontrare Polissena, la bellissima figlia di Priamo, e lo assassinarono lì. L’unica cosa certa è che il Pelide lasciò la scena. Il corpo venne recuperato a fatica da Ulisse e da Aiace. La madre, sempre lei, promise le armi al più valoroso degli Achei, creando un gran casino. Si dice che Achille diventò un giudice dei morti. Quello di cui abbiamo notizia quasi certa è che venne innalzato un grande tumulo per lui e per l’amico Patroclo nell’Ellesponto. Come avete visto, questo eroe, pur passando per il più forte in campo e non si poteva dire il contrario, viveva molte contraddizioni. Partiamo dalla madre Tetide, una delle Nereidi che non si sa se lo voglia guerriero o ballerina. Lo nasconde fra le donne per cercare, anche lei, di opporsi al fato. Precedentemente lo immerge da bambino nello Stige e anche qui non completa il lavoro. Poi lo dota di nuove armi ricorrendo alle sue “amicizie”. E per finire, dopo la sua morte, promette le sue armi al più valoroso. Complimenti, Tetide! Ma anche a lui stesso, che accetta di travestirsi da donna per non partire, che si sente offeso per Briseide e non trova di meglio che non combattere. Somiglia a quel marito, che per far dispetto alla moglie… Insomma, credo si sia capito che il personaggio non mi aggrada per niente. Ma tant’è!
Trovare analogie nel mondo moderno con un eroe così forte, ma anche così spietato, è abbastanza difficile. Michael Gerard Tyson è un ex pugile, soprannominato “Iron Mike”, ed è considerato uno dei più forti pesi massimi di tutti i tempi. La statura non lo aiutava, era alto (solo) 1,78 metri, ma sopperiva a questo con una poderosa muscolatura e soprattutto mettendo in campo un’aggressività e una ferocia incredibili. Era dotato anche di una notevole tecnica, e si fece strada a forza di pugni arrivando al titolo dei massimi a soli vent’anni, il più giovane di sempre (record ancora imbattuto). Vinse i suoi primi diciannove incontri per KO, dodici dei quali alla prima ripresa. Insomma, una vera e propria macchina da guerra! Nel 1992 fu accusato di stupro e condannato a sei anni di carcere. Durante la sua detenzione si convertì all’Islam. Nel 1995, dopo essere stato rilasciato, riconquistò il titolo mondiale dei Massimi WBC e WBA sconfiggendo i detentori, ambedue per KO. Perse da Holyfield e nella rivincita gli staccò un orecchio con un morso. La rabbia con cui combatteva aveva qualcosa di ferino. Continuò con alterne vicende, ritirandosi poi a trentanove anni nel 2005. Da allora si arrabatta con comparsate tv e nel cinema. Non so perché, ma io come nemico non lo vorrei e forse neanche come amico!
Glauco, un eroe gentile
Di Glauco nella mitologia ne abbiamo almeno quattro.
Il primo, padre di Bellerofonte, fu sbranato dalle sue cavalle per volere di Afrodite, che voleva punirlo per aver disprezzato la sua potenza.
Il secondo, figlio di Minosse e Pasifae, che caduto in un barile di miele era morto soffocato e poi resuscitato per volere di Apollo.
Un altro lo vediamo nascere in Beozia e diventare una divinità.
Ma noi ci occuperemo di Glauco nipote di Bellerofonte, re e comandante dei Lici, alleato dei Troiani e avversario degli Achei. Era legato da antichi debiti di ospitalità con il re di Argo, Diomede, per me il più forte dei Greci. I due si riconobbero vicino al caprofico, che era al centro della pianura davanti le mura d’IIio, e si fermarono. Glauco corse ad abbracciare Diomede e i due si scambiarono addirittura le armi. Quindi la guerra non è solo ferocia e cinismo!? Da qualche parte alberga ancora un sentimento di cavalleria e di rispetto. È un episodio di amicizia e appunto di cavalleria che, seppur rarissimo in guerra, non è impossibile e scalda il cuore. Purtroppo anche Glauco fu ucciso, in seguito, da Aiace Telamonio, il gigante re di Salamina, ma la sua signorilità non morì con lui. Anche Achille ha avuto pietà di Priamo e forse anche di Briseide, ma niente di simile a Glauco, quella del Pelide era una furia bestiale che travolgeva uomini e cose, solo inframezzata da qualche episodio appunto di pietà! Non si affrontarono mai sul campo di battaglia, anche se non è difficile immaginare chi avrebbe prevalso. Troppo grande era la forza del figlio di Peleo!
Tratto da: “Miti Greci e dintorni” YCP 2024 Cenides


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